STORIA E SVILUPPO
La coniugazione dei due termini (video-arte)
è perlomeno singolare, sono due parole agli antipodi, video è
legato ai miliardi, alle industrie, ai grossi apparati commerciali arte invece
appartiene ad una sfera privata, più intima, più spirituale.
Rimane comunque il fatto che il video, quindi l'elettronica si lega all'arte
proprio nelle gallerie e nelle grandi mostre, creando effetti nuovi con risultati
strabilianti, l'immagine tende ad assumere una forma dinamica rispetto alle
forme d'arte tradizionali.
Penso che la contrapposizione agli interessi
economici delle gallerie d'arte, dei musei e dei collezionisti, abbia contribuito
allo sviluppo di questa forma d'arte infatti con il video l'arte ha cercato
di liberarsi dai condizionamenti imposti all'arte stessa.
La video arte si può quindi considerare un nuovo linguaggio artistico
che rappresenta un differente rapporto di interattività tra opera e spettatore.
L'opera come luogo di presa di coscienza individuale e sociale,l'opera come
atto di denuncia sociale e l'opera come luogo comunitario, comunque sia non
si pone direttamente come "arte maggiore" poiché provocatoriamente
la video arte celebra la quotidianità e tutto ciò che sfugge alla
rappresentazione sacrale.
Il video in se è un mezzo d'espressione politica e artistica ed entra
in scena quando le distinzioni tra arte e comunicazione e tra pratica e attività
politica iniziano a dissolversi, è lo strumento giusto nel momento giusto
per una serie di intenti differenti accomunati da ispirazioni di liberazione.
All'aprirsi del Novecento, fotografia e cinema, con le tecnologie connesse,
interessarono futuristi come Bragaglia (le foto dinamiche) e Marinetti che considerava
il cinematografo "strumento ideale di una nuova arte", esso sarà
insomma, pittura, architettura, scultura, parole in libertà, musica di
colori, linee e forme, insieme di oggetti e realtà caotiche.
A metà degli anni sessanta, negli Stati Uniti, nasce la video arte dove
il video viene commercializzato e in mano di artisti e militanti diventa strumento
di controinformazione culturale e politica.
In Italia invece, il fenomeno della video arte inizia durante i primi anni settanta
e si sviluppa soprattutto in campo politico e documentario; per quanto riguarda
l'arte, i video che circolano sono per lo più documentazioni di eventi,
performance e mostre anziché opere autonome concepite appositamente per
il video stesso.
Prevale quindi l'intento didattico, il video come mezzo per la lettura di un'opera
d'arte e non come soggetto dell'opera stessa.
Il video esordisce al museo civico di Bologna alla mostra "Gennaio 70",
negli anni successivi, a partire dal '71, lo stesso mezzo è presente
soprattutto per documentare, in tempo reale e non, gli eventi in atto, ma il
mancato interesse ad utilizzare il video come opere d'arte, la confusione sui
suoi usi e la mancanza di investimenti economici al riguardo favorisce l'allontanamento
degli artisti italiani da questo strumento di espressione.
Comprendono appieno le potenzialità del video come mezzo di comunicazione
tre cineasti italiani: Anna Lajolo, Guido Lombardi e Alfredo Leonardi che nel
'71 fondano il collettivo "Videobase" e utilizzano il video come strumento
didattico per favorire la formazione di una coscienza politica.
Hanno utilizzato il video in modo più innovativo anche Luciano Giaccari
e Alberto Grifi, il primo si preoccupa di mettere ordine nella confusione che
circonda il video scrivendo una "Classificazione dei metodi di impiego
del video in arte" distinguendo un uso "DIRETTO" di esso, quello
degli artisti, che comprende il "videotape d'artista", la "videoperformance"
e il "videoenvironment", e un "VIDEO MEDIATO", quello didattico-documentativo
che comprende la "video-documentazione" il "video-reportage"
la "video critica" e la "video-didattica"
La sua attività viene però scoraggiata dalla "diffusa mancanza
di sensibilità per il video" una circostanza che a metà degli
anni settanta lo porta a rivolgersi ad altre forme d'arte come musica, teatro
e la danza..
Il secondo invece abituato, ai costi della pellicola, offre l'inaspettata libertà
di "far andare metri di nastro senza preoccupazioni" la telecamera
rimane per lui sempre accesa, la vita di tutti i giorni è la scena e
il set esce dai margini dell'inquadratura rivelando la macchina cinematografica
e le sue contraddizioni.
Nel video "Parco Lambro" Alberto
Grifi documenta una contestazione in corso, le sue telecamere catalizzano la
partecipazione delle persone e intervengono direttamente, mostrando dal basso
e dall'interno la realtà dei fatti che accadono.
Nel '75 inoltre questo artista espone al pubblico la sua grande invenzione il
"vidigrafo", uno strumento in grado di trascrivere il video nuovamente
su pellicola 16 mm., in modo da poterlo proiettare nelle sale cinematografiche.
Nel mostrare l'inadeguatezza della macchina cinematografica di fronte alla vita,
il video si rivela perciò un arma affilata in mano a chi, come Alberto
Grifi, sa coglierlo in tutta la sua portata critica.
Il video diventa un testimone da non sottovalutare.
Nelle video installazioni americane degli anni '70, lo spettatore è totalmente
coinvolto da nuove coordinate spazio temporali poiché in esse non si
assiste ad una imitazione del mondo reale ma si entra a far parte di quel mondo
e lo si vive come proprio; ad esempio Nam June Paik nel 1974 crea la video installazione
"TV Garden" all'interno della quale numerosi televisori, con lo schermo
rivolto verso l'alto, diffondono immagini del Global Groove montate in modo
da generare un mix disorientante di astratto e concreto, mentre il giardino
tropicale che funge da scenografia dell'installazione si rivela spiazzante rispetto
alle immagini intralciando lo spettatore nel suo percorso tra i monitor e creando
un'atmosfera irreale in cui le piante vere sembrano più fittizie delle
immagini trasmesse. L'inserimento dello spettatore all'interno delle video installazioni
offre inoltre la possibilità di un confronto tra il tempo reale e quello
registrato.
Per quanto riguarda invece l'uso del video come strumento di lotta e controinformazione
politica, in America sorgono collettivi video dove sono messe in comune le apparecchiature
e le conoscenze tecniche per realizzare progetti di ricerca e documentazione.
Nel 1971 Michael Shamberg pubblica il "Guerrilla Television", considerato
in seguito il manifesto del "video di movimento", dove si esprimeva
l'esigenza di una televisione decentralizzata fatta dalla gente per la gente,
apertamente polemica contro la presunta obiettività del giornalismo documentario;
Shamberg fonda inoltre la " TVTV"per fornire un'informazione diversa
da quella trasmessa dai canali televisivi americani