L'ideologia felicista

Ideologia felicista e neuromutazione

Il limite del cibertempo

La felicizzazione del discorso economico

Tecnologia dell'infoproduzione

 

 

 

 

 

 

 

Ideologia felicista e neuromutazione - Senza timone né bussola nell’oceano frattale


Il pregiudizio secondo cui l’Homo Sapiens è il punto di arrivo ottimale dell’evoluzione dell’uomo va abbandonato .
Due atteggiamenti mentali predominano nel panorama intellettuale. Da una parte quello che deriva dalle esperienze politiche di tipo socialista e si fonda sul timore che l’innovazione tecnologica ed economica possa essere portatrice di male o di un pericolo.
Dall’altra parte l’atteggiamento che deriva dalla giungla dell’economia postindustriale. Esso esalta l’economia capitalistica come se l’arricchimento che proviene dai progressi della scienza e della tecnologia fossero merito suo. “Entrambe le posizioni sono intellettualmente insoddisfacenti, moralmente ipocrite, e politicamente paralizzanti”. Forse bisogna sbarazzarsi propriamente della politica in quanto essa non è più capace di governare una società così complessa e riuscire a trovare una via alternative che non ha precedenti.

Il limite del cibertempo


“il tempo è divenuto il principale terreno di battaglia. Tempo-mente, cibertempo”. Ma per capire cosa intende Bifo bisogna ricorrere a ciò che significa ciberspazio e cibertempo. Il cibertempo è il tempo che serve alla mente umana per elaborare i dati provenienti dal ciberspazio ed è limitato perché esso è collegato all’intensità dell’esperienza dell’uomo. Il ciberspazio è la sfera di connessione tra menti e macchine ed è invece illimitato. L’uomo è messo sempre più nella condizione di richiedere informazioni ma la mente, pur ricorrendo a qualsiasi espediente, non può elaborare più di un tot di informazioni. L’organismo cosciente continua a provare emozioni quando è sollecitato da un ambiente virtuale, ma l’oggetto dell’emozione perde concretezza.

 

La felicizzazione del discorso economico - L’autorealizzazione e il rifiuto del lavoro


Bifo, giunto alla conclusione che “sulla felicità e sull’infelicità non è possibile avere certezze, né è opportuno fare delle teorie”, ci fa notare come nonostante questo l’ideologia felicista domina l’era della new economy, dove non solo la felicità è possibile, ma è quasi obbligatoria. A partire dall’illuminismo e dal positivismo, per arrivare così nel mondo moderno si è sempre più identificato il progresso della felicità dell’uomo con il progresso scientifico. L’economia liberale, con il suo culto del successo e del profitto, rappresentato in forma persuasiva dalla pubblicità, ha richiesto una partecipazione entusiastica da parte dei consumatori alla competizione universale innestando nei loro animi senso di inadeguatezza e colpevolizzazione portandoli così all’infelicità. L’irruzione della felicità nel campo del discorso economico non è solo da ricondurre alla disciplina pubblicitaria, ma bisogna guardare a qualcosa di più profondo e lo possiamo capire analizzando la storia degli ultimi anni. Negli anni Sessanta e Settanta, al culmine del modello fordista, il lavoratore si sentiva espropriato della sua intellettualità e della sua creatività. Ciò determinò un sentimento operaio di rifiuto e di estraneità al lavoro industriale, ripetitivo e meccanico. Di conseguenza la conquista di una condizione sociale in cui il lavoro produttivo coincidesse con la realizzazione di sé divenne il principale obiettivo politico.


Tecnologia dell’infoproduzione


Negli anni seguenti si è assistito alla diffusione, con velocità impressionante, della tecnologia digitale e di pari passo l’aspirazione all’autorealizzazione è diventata la molla fondamentale nella ricostruzione di un modello sociale funzionante. La nuova tecnologia e tale aspirazione si sono perfettamente integrate. L’era delle tecnologie digitali ha ridotto il tempo di lavoro necessario, introducendo macchine e automatismi produttivi che permettono ad ogni evento materiale di non essere solo simbolizzato ma anche simulato riducendo così il processo produttivo all’elaborazione e allo scambio di informazioni. Negli anni Settanta il rifiuto del lavoro industriale avevo tolto forza al capitale. Oggi invece il desiderio chiama energie verso l’impresa e verso l’autorealizzazione nel lavoro. In questo modo, assorbendo creatività e desideri, il capitale ha rinnovato, con l’energia psichica ed ideologica, anche la potenza economica.