Globalismo disumano

orizzonte postumano

La rimozione del corpo planetario

Paradossi

Globalizzazione

Riterritorializzazioni aggressive e crisi dell’universalismo illuminista

L’umanesimo in questione

 

 

 

 

 

 

 

 

La rimozione del corpo planetario


La globalizzazione è qualcosa di più di un’apertura dei mercati, una caduta delle protezioni doganali o una diffusione planetaria della merce. Con la deterritorializzazione del processo produttivo la globalizzazione è stata resa possibile negli ultimi venti anni ma si è realizzata e diffusa in tempi rapidissimi modificando le condizioni economiche e sociali del pianeta. Da questo processo si è ottenuto che il lavoro industriale di modificazione della materia prima venisse svolto nei paesi poveri a bassissimo costo, mentre nei paesi ricchi venisse svolto un lavoro di tipo cognitivo. Si sono andate sempre più determinando la presenza di due classi: da una parte la virtual class, e dall’altra l’underclass la quale non potendo disporre di alcun mezzo non ha speranza di entrare a far parte dell’altra classe. I teorici della new economy dicono che l’espansione degli investimenti ad alta tecnologia tende a promuovere lo sviluppo nelle aree povere del mondo. Bifo però ci dice che tale automatismo non è molto scontato, e anzi che in genere la deterritorializzazione del lavoro industriale ha portato enormi innalzamenti del tasso di profitto, ma non ha portato né ricchezza né autonomia nei paesi poveri. Così si dispiega davanti ai nostri occhi due diverse umanità: l’una globalizzata e funzionalmente integrata, l’altra sottoposta ad un regime di tipo semischiavistico. Nella virtual class abbiamo quindi una doppia rimozione: oltre alla rimozione di temporalità vissuto dal corpo erotico, subiscono pure la rimozione anche della realtà vissuta del corpo planetario.

 


Paradossi


Il processo di globalizzazione ha prodotto una serie di situazioni che sono dei veri e propri paradossi. Milioni di virtual aliens di Shanghai, New Delhi, Hong Kong stanno lavorando per aziende europee o statunitensi accontentandosi di guadagnare un ventesimo del salario dei loro colleghi americani.
Altri paradossi sono da ricollegare all’appropriazione privata dei saperi i quali vengono privatizzati e sottoposti a forme di copyright e di brevetto. I prodotti del sapere collettivo non possono essere sottoposti a regimi di privatizzazione con finalità di profitto. Ma il paradosso centrale sta proprio nel fatto che l’economia si integra alla perfezione con la comunicazione.

 


Globalizzazione
funzionale e particolarismi culturali


Il processo di globalizzazione è stato senz’altro favorito dalle tecnologie di comunicazione istantanea. L’integrazione economica si è accompagnata ad un processo di omologazione dei modelli di consumo grazie anche alla televisione e alla pubblicità. La partecipazione al circuito comunicativo planetario produce una rapida ed esasperata attesa di consumo, che però non va di pari passo con un aumento del reddito e della possibilità di ottenere effettivamente ciò che la pubblicità promette.
Nelle società industriali europee, durante la fase classica della modernità, si sono create difese sociali e mediazioni culturali che nelle società tradizionali, che sono state investite in questi ultimi anni dalla globalizzazione, non esistono. Quando il capitalismo inizia a produrre effetti di tipo conflittuale, ecco che i valori tradizionali e le forme di appartenenza arcaiche rimosse dalla modernizzazione ritornano con violenza accresciuta dal rancore, dall’impotenza, dal sentimento di esclusione. Il nazionalismo, l’integralismo religioso, l’aggressività etnica sono forme che riemergono.
La globalizzazione si fonda sulla diffusione delle tecnologie di comunicazione senza presenza, l’ipermodernità mette così in moto un processo di cancellazione al luogo identificabile, ma il luogo cancellato è sostituito da un inferno di attese insoddisfatte, di attese non mantenute. Di conseguenza il bisogno di riterritorializzazione riemerge potente.

 


Riterritorializzazioni aggressive e crisi dell’universalismo illuminista


Le attese sollecitate dalla new economy sono state per lo più deluse, dando luogo a movimenti di riterritorializzazione. Dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Est europeo, miliardi di persone, i 2/3 dell’umanità, vengono espropriate delle loro tradizioni ed escluse dalle prospettive di benessere. Mentre la globalizzazione tecnologica, economica e finanziaria si sviluppa con ritmi fulminanti, l’assestamento psichico, culturale e la reazione sociale sarà evidente solo nei tempi lenti e lunghi dell’organismo cosciente.
Il progetto illuministico della modernità è progetto di affermazione della legge come legge universale umana ma in questo progetto ha potuto affermarsi fin tanto che riguardava un mondo omologato quale quello alfabetizzato dell’occidente. Tale predicazione di democrazia universale si è però scontrata con la realtà dello sviluppo diseguale, della violenza economica.

 

L’umanesimo in questione


Il concetto di universalità parte dalla nozione che ne dà il cristianesimo e che consiste nell’idea di amore, un amore che però non ha carattere retributivo. Il carattere retributivo lo ha però la riforma laica e illuminista dell’universalità: il suo premio è su questa terra, è il premio della certezza della legge, della sicurezza, del progresso economico e civile. Di conseguenza si acutizzano le appartenenze identitarie, gli integralismi religiosi, le aggressività etniche. Ma “Rilassatevi, tutto andrà bene”, assicura Kevin Kelly, profetizzando un mondo in cui, abbandonato il controllo, evolveremo tutti artificialmente verso una ricchezza mai sognata. I teorici del neodarwinismo delineano la prospettiva di una crescita rigogliosa, pilotata intanto dai più forti e dai più competenti, che porterà, nel medio e lungo periodo, per sviluppo naturale, benessere e felicità per tutti. Una specie di processo biologico in cui l’universo macchinino, creato dall’intelligenza umana, si autonomizza dal controllo della volontà. E’ la fine dell’umanesimo moderno, razionalista ed universalista. Nella prospettiva del darwinismo sociale, infatti nessuna politica è possibile – se la politica è arte del governo volontario del mondo – e il globalismo, che accetta solo la regola del massimo profitto, prende il posto dell’universalismo che afferma principi validi al di là della loro funzionalità: nel momento in cui l’economia e la società sono diventati campo di azione di automatismi tecnologici, viene meno la volontà autonoma e non è più possibile pensare alla politica.