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TEORIA E METODO DEI MASS MEDIA

 

Prof. Tommaso Tozzi

 

 

 

INDICE

 

 

I MEDIA

La comunicazione di massa vs comunicazione di tipo interpersonale

Un modo differente di giudicare i media

La necessità di riformulare il concetto di mezzi di comunicazione di massa

New Media

Alcuni rapporti tra arte e mass media

L’opera come trasmissione del senso oltre che evento interattivo

I nuovi media digitali e l’utente autore-spettatore

L’arte collettiva e il nome multiplo

Due differenti tipologie di uso artistico delle reti telematiche

I media della conoscenza

Conclusioni

 

LA COMUNICAZIONE

RIFLESSIONI DAL MODELLO DI SAUSSURE
ESPRESSIONE E CONTENUTO
DENOTAZIONE E CONNOTAZIONE
SEMANTICA E SINTASSI
IL MODELLO DELLA COMUNICAZIONE SECONDO R. JAKOBSON

SISTEMI DI SEGNI

LA LINGUA

DAL MODELLO DEL CODICE A QUELLO INFERENZIALE E PRAGMATICO

 

 

Bibliografia di riferimento alle presenti dispense

 

T. Tozzi, A. Di Corinto, Hacktivism. La libertà nelle maglie della rete, ManifestoLibri, Roma, 2002

G. Celant, Off-Media, Dedalo Libri, 1977

B. Valli, Comunicazione e media, Carocci ed., 1999

D. McQuail, Sociologia dei media, Il Mulino

AA.VV., La carne e il metallo, Editrice il Castoro, 1999

G. Bettetini, L’audiovisivo – dal cinema ai nuovi media, Bompiani, 1996

M. DeFleur e S. J. Ball-Rokeach, Teorie delle comunicazioni di massa, Il Mulino, 1995

M. Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, 1995

 

I MEDIA

 

Quando si parla di media si usa una parola latina (medium) al plurale, in quanto si vuole indicare il SISTEMA DEI MEDIA, una galassia di mezzi di comunicazione tra loro interdipendenti.

Inoltre ogni medium è un sistema con più componenti; la televisione o il cinema anche semplicemente sotto il profilo tecnico sono il risultato della somma di media differenti (ad esempio la pellicola cinematografica viene dalla macchina fotografica, così come la televisione usa un sistema di altoparlanti ricevuto dalla radio).

In senso meno tecnico con il termine media non si intende semplicemente l'oggetto radio, tv, telefono, ...., ma anche la struttura sociale, il profilo psicologico degli individui che ne fanno uso, le relazioni che ogni media intrattiene con la struttura sociale, economica, giuridica, scientifica,  linguistica, ecc.

I codici linguistici appartenenti a un medium del passato si trasformano, evolvono e si traducono nel medium successivo lasciandone però inalterate alcune caratteristiche fondamentali. Il tipo di costruzione della pagina, l'impianto narrativo, gli schemi indicizzati la suddivisione in genere, sono tutti elementi appartenenti alla scrittura che si sono tramandate nei medium successivi (cinema, televisione, ....) fino ad arrivare agli attuali ipertesti in cui ad esempio un pulsante a forma di freccia è l'icona di una funzionalità equivalente allo sfogliare delle pagine di un libro.

Le varie fasi di transizione da un medium ad un altro non sono tra loro distinte, ma sono un processo di accumulazione in cui i segni, segnali e i sistemi per comunicare si sovrappongono, mutando ma mantenendo anche caratteristiche che arrivano fino ad oggi nei media attuali. Quindi ogni media non sostituisce il precedente, ma vi si combina.

Inoltre i media non sono isolabili dal contesto in cui lo strumento mediale viene prodotto, usato e normato. Quando si usa un medium, così come quando si progetta un prodotto che verrà utilizzato da un determinato medium si deve essere in grado di concentrarsi non semplicemente sugli aspetti tecnici relativi alla produzione di quel prodotto, ma su ciò che la presenza di quel prodotto provocherà sui suoi utenti, sull'area sociale in cui verrà usato e di come le caratteristiche sociali, culturali, ecc. di quell'area a loro volta ne condizioneranno l'uso. Ad ogni epoca corrisponde un mutamento nella vita sociale e con esso due trasformazioni: da una parte l’impatto di una società differente sui suoi media (un uso diverso come conseguenza delle mutate condizioni di controllo e proprietà dei media) , dall’altra una differente esposizione delle persone ai media (un diverso tipo di influenza psicologica, culturale e sociale).

Sulla base di questi presupposti si dovrà essere in grado di comprendere quale sia la natura del processo di comunicazione tra le persone e verificare come la presenza dei media interviene mutando secondo determinati caratteristiche tale natura.

 

L’ interdipendenza di tipo tecnico e linguistico che si ha tra medium differenti ha dei particolari risvolti anche di tipo commerciale.

Sempre di più un personaggio dello spettacolo come ad esempio Madonna non si limita a operare in un solo ambito ma, nel caso della cantante, oltre a fare dischi, fa anche film, libri, concerti, magliette, gadget, ecc. ognuno dei quali per case editrici collegate tra loro secondo legami di tipo finanziario e strategico. Ciò che viene fatto attraverso un medium viene supportato simultaneamente da ciò che viene fatto su altri medium appartenenti alla stessa proprietà o con legami strategici particolari.

Ciò che succede è che il mercato si trasforma in un mercato di content provider, ovvero di fornitori di contenuti. Si sta passando da una logica per la quale un contenuto era identificabile con un determinato media ad una logica in cui i contenuti passano indifferenziatamente tra più media. La cantante Madonna diventa essa stessa in tal senso un contenuto.

 

In base a ciò che si è detto fino ad ora è dunque necessario sapersi confrontare contemporaneamente da una parte con il medium su cui il prodotto verrà realizzato e quindi con tutte le specifiche e le implicazioni tecniche, sociali, culturali e linguistiche ad esso inerenti, d'altra con il contenuto e dunque con la sua potenziale capacità di transitare su media differenti (ciò risulta particolarmente significativo quando il contenuto è codificato in formato digitale).

In quest'ultimo caso il contenuto dovrà poter essere utile per soddisfare i bisogni che non appartengono semplicemente alla categoria di utenti che utilizzano un determinato medium ma a tutta l'area sociale  o alla comunità che ne farà uso per mezzo di una interconnessione tra strumenti mediali.

 

 

I media, secondo una classificazione precedente all’avvento del digitale possono essere divisi in mezzi di comunicazione di massa e mezzi di comunicazione interpersonali, sulla base di una differenza specifica alla possibilità di costruire messaggi personalizzati rispetto al destinatario come avverrebbe nei rapporti di tipo interpersonale.

Di fatto l’avvento dei nuovi media digitali ha reso questa definizione difficilmente applicabile in quanto con lo stesso strumento si può operare entrambe le due diverse tipologie comunicative.

 

 

La comunicazione di massa vs comunicazione di tipo interpersonale:

 

I mezzi di comunicazione di massa (radio, televisione, stampa, ecc.):

·        non bidirezionali (una massa anonima ed un feedback deduttivo, da cui messaggi che si adattano a pubblici differenziati e non si interessano ai loro sottogruppi).

Viene operata una previsione sul tipo di pubblico e dunque sul tipo di codice da adottare. Oltre all’emittente e al ricevente reale si ha dunque la costruzione di un emittente e un ricevente immaginari frutto della previsione che l’autore opera rispetto al modello di scambio comunicativo

·        sfera delle relazioni: pubblica

·        quantità: uno a molti

·        la produzione necessita di una grande struttura organizzativa

·        con memoria

·        intertestualità e stesso contenuto su più media

 

I mezzi di comunicazione interpersonali (telefono, microfono, ecc.):

·        bidirezionali (feedback diretto, da cui la possibilità di costruire messaggi personalizzati rispetto al destinatario)

·        sfera delle relazioni: privata

·        quantità: uno a uno o relazione di gruppo

·        la produzione non necessita di una grande struttura organizzativa

·        non dotati di memoria

·        un singolo media per un singolo contenuto

 

 

Un modo differente di giudicare i media

 

All’inizio degli anni Settanta il filosofo tedesco H.M. Enzensberger mette in luce un modo diverso di guardare ai media, in qualche modo superando la diffidenza che la critica marxista riservava nei confronti dei mezzi di comunicazione di massa.

Ecco la tabella con cui Enzensberger mette a confronto l’uso repressivo dei media con un loro uso emancipativi:

 

Uso repressivo dei media                              Uso emancipativi dei media

 

Programma centralizzato                                       programmi decentrati

 

Un trasmittente molti riceventi                                    ogni ricevente è un potenziale trasmittente

 

Immobilizzazione degli individui isolati              mobilitazione delle masse

Comportamento passivo dei consumatori            interazione dei partecipanti, feedback

 

Spoliticizzazione                                                      processo politico di apprendimento

 

Produzione tramite specialisti                               produzione collettiva

 

Controllo da parte di proprietari o burocrati            controllo sociale attraverso

un’autorganizzazione

           

 

(da R. Scelsi, “Il tabernacolo catodico e la paralisi critica della sinistra”, in AA.VV, “La carne e il metallo”, pag.70, Editrice il Castoro, 1999)

 

 

 

La necessità di riformulare il concetto di mezzi di comunicazione di massa

 

Soprattutto con l’avvento delle reti telematiche si viene a svilupparsi un nuovo media che presenta delle particolarità che mettono in crisi quelle distinzioni tra mezzi di comunicazione di massa e interpersonali descritte sopra.

Ad esempio attraverso un unico media, il computer, collegandosi alla rete telematica internet si può avere delle tipologie comunicative in cui gli utenti sono passivi e si limitano a navigare scegliendo il loro percorso tra una molteplicità di contenuti inseriti da altri (schema uno a molti) così come altre tipologie, quale ad esempio la posta elettronica, in cui si ha sia uno scambio interattivo privato (uno a uno) che uno scambio di gruppo come avviene nelle mailing list o nei newsgroup. (veri e propri forum collettivi di discussione realizzati attraverso uno scambio di messaggi scritti e depositati in internet). Inoltre la comunicazione privata può essere conservata e archiviata in una memoria fissa.

 

Una ulteriore definizione per distinguere i mass media potrebbe dunque essere quella di:

 

un medium in grado di comunicare ad un pubblico crescente ad un costo proporzionalmente decrescente.

 

 

New Media

 

I nuovi mezzi informatici, con la loro esplosione grazie al personal computer negli anni settanta inaugurano un nuovo genere di strumenti della comunicazione definiti per adesso genericamente New Media.

Tali nuovi media presentano alcune caratteristiche:

 

§         Sincretismo (sintesi in un’unica forma di modalità espressive diverse) ed Eterogeneità dei codici (riferimento a codici e famiglie di codici diversi)

§         Sinestetici (cooccorrenza di stimoli afferenti a organi sensoriali diversi)

§         interattività

§         connettività

§         modularità (la possibilità di un’organizzazione complessa dei contenuti con strutture possibili molteplici:

·        multisequenziale

·        non lineare

·        matrice

·        rizomatica

·        gerarchica

·        orizzontale)

 

Inoltre i new media presentano alcuni vantaggi:

 

§         memoria

§         velocità

§         riproducibilità senza perdite

§         diffusione

§         dialogo

§         flessibilità (manipolabilità)

§         adattabilità

§         autoapprendimento (reti neurali)

 

 

 

Alcuni rapporti tra arte e mass media

(da G. Celant, “Off Media”, Dedalo Libri, 1977)

 

Alcuni punti centrali:

 

o       L’uso dei media implica:

§         un nuovo linguaggio artistico

§         un differente rapporto di interattività tra l’opera e lo spettatore

o       L’opera come luogo e strumento di presa di coscienza individuale e sociale

o       L’opera come atto di denuncia sociale

o       L’opera come luogo comunitario

 

-         Bertold brecht (1932)

 

o       La radio come medium bidirezionale

o       La radio da mezzo di distribuzione a mezzo di comunicazione

o       L’ascoltatore diventa autore

o       La radio gestita collettivamente dal basso

 

Bertolt Brecht, nel 1932, ipotizzando una radio gestita da parte del proletariato, dichiarava: “si dovrebbe trasformare la radio da mezzo di distribuzione in mezzo di comunicazione. La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere, ma anche di ricevere, non solo di isolarlo ma di metterlo in relazione con altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far sì che l’ascoltatore diventi fornitore... Tutte le nostre istituzioni creatrici di ideologie ritengono che il loro compito principale consiste nel rendere sterile la funzione dell’ideologia, uniformandosi ad un concetto di cultura secondo cui il suo sviluppo sarebbe già concluso ed essa non avrebbe alcun bisogno di un incessante sforzo creativo”.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 7, Dedalo Libri, 1977)

 

-         I Futuristi (Martinetti e Masnata, 1932)

 

o       Esaltazione delle tecnologie

o       I media radio e televisione si sostituiscono ai tradizionali media artistici senza però nel fare ciò modificarne gli statuti linguistici, così come il loro carattere funzionale

o       Superamento dei limiti di tempo e di spazio dell’opera tradizionale (nella diretta globale)

 

il programma brechtiano di un controllo sui media da parte della base non è preso in considerazione dalle organizzazioni politiche operaie, la gestione dei media é lasciata alla borghesia, che trova in Marinetti e Masnata, autori nel 1933 del manifesto la Radia, i suoi teorici. In questo scritto i futuristi prolungano il loro sviscerato amore per le tecnologie avanzate e cercano di mantenere l’equilibrio tra l’arte e la varietà di mezzi meccanici, ma non si preoccupano di un loro uso alternativo: la radio e la televisione al pari delle tecniche tradizionali di espressione (suo corrispettivo per immagini); sono i nuovi mezzi di estensione dell’individuabilità e del “genio” italico: possediamo oramai una televisione di cinquantamila punti per ogni immagine grande su schermo grande. Aspettando l’invenzione del teletatilismo del teleprofumo e del telesapore noi futuristi perfezioniamo la radiofonia destinata a centuplicare il genio creatore della razza (sic!) italiana, abolire l’antico strazio nostalgico delle lontananze ed il porre le parole in libertà come suo logico e naturale modo di esprimersi”.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 7-11, Dedalo Libri, 1977)

 

-         Gruppo Spaziale (Fontana, Burri, Tancredi, ecc., 1952)

Manifesto per la televisione

 

o       Trasformazione della dimensione spaziale attraverso la televisione

o       Trasformazione nell’estetica dell’opera. Un nuovo rapporto opera-spettatore a causa di differenti modalità espositive e produttive.

 

Si deve nel 1952 al gruppo Spaziale, formato tra gli altri da Burri, Fontana, Tancredi, Milani, La Regina e Crippa, il primo Manifesto per la Televisione, che afferma : “Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta ne mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte basate sui concetti dello spazio, visto sotto duplice aspetto:

il primo, quello degli spazi, una volta  considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noi usati come materia plastica;

il secondo, quello degli spazi ancora ignoti del cosmo, che vogliamo affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come divinazione.

La televisione é per noi un mezzo che attendevamo come integrativo dei nostri concetti. Siamo lieti che dall’Italia venga trasmessa questa  nostra manifestazione spaziale, destinata rinnovare i campi dell’arte. E’ vero che l’arte é eterna, ma fu sempre legata alla materia, mentre noi vogliamo durare un millennio, anche nella trasmissione di un minuto.

Le nostre espressioni artistiche moltiplicano all’infinito, in infinite dimensioni, le linee d’orizzonte: esse ricercano una estetica per cui il quadro non é più quadro, la scultura non é più scultura, la pagina scritta esce dalla sua forma tipografica.

 Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono oramai a servizio dell’arte che noi professiamo”.

 

La televisione esclude il decorativo, non produce oggetti né immagini stabili, collocabili a muro o a pavimento; essa si esprime attraverso i propri strumenti di produzione con caratteri alternativi rispetto a quelli tradizionali del quadro e della scultura. E’ dunque illusorio pensare di poterla usare senza operare anche una rivoluzione del sistema linguistico dell’arte.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 11-15, Dedalo Libri, 1977)

 

-         W. Vostell (1958)

La chambre noir

 

o       La televisione come luogo dell’annullamento della coscienza individuale paragonata ai campi di sterminio nazisti

o       La televisione è uno strumento di contagio sociale e di mediazione tra lo spettatore e il reale. L’opera il luogo dell’emancipazione dove svelare i meccanismi di persuasione, di sudditanza e dove recuperare un rapporto diretto tra l’individuo e la realtà (si intravede il rifiuto del meccanismo della delega che il cittadino affida ai media come interpreti al loro posto del reale)

 

La televisione serve sì a spazzare via il concetto romantico-nazionalistico di popolo, ma annulla la coscienza di spazio sociale: lo spettatore é un consumatore domestico, incosciente della sua condizione esterna, pubblico-politica. La sua coscienza sociale é sconvolta. Ad ogni telespettatore l’informazione ed il divertimento sono imposti, egli acquisisce dati e accetta passivamente tutto quanto l’emittente-base trasmette. I Giochi Olimpici di Berlino continuano ed é su questa analogia tra nazismo ed informazione televisiva che Vostell, nel 1958, realizza la Chambre noir,  la caverna della memoria tedesca. Costruita a triangolo equilatero, in modo che ogni lato equivalga l’altro, la Camera presenta all’interno assemblaggi di oggetti e di immagini, che ricordano le stragi di Treblinka e di Auschwitz. Su un lato una televisione accesa sui programmi normali ricorda le carneficine e gli eccidi mentali, perpetuati quotidianamente da questo medium. I gradi di connessione sono palesi e lo spettatore-telespettatore viene definito nella sua avventura storica e presente. L’esperienza tentata é quella di ritrovare l’evoluzione della repressione e dei suoi rapporti con la produzione-distruzione di massa.

 

Estrapolando la televisione, tra gli elementi del conglomerato personale, Vostell vuole dunque affermarla come strumento di contagio sociale, che può essere formulato, in un senso o in un altro, a seconda di una visione ideologica, politica o artistica. TV-dé-coll/age, del 1959, fa ricorso alla televisione come strumento di mutamento comportamentistico del tele-spettatore attraverso la comunicazione per immagini a “milioni di spettatori”. Vostell si serve del medium per indicare un insieme di azioni da eseguire. Il contesto é quello dell’happening teletrasmesso, nel quale il processo di scambio non procede nei due sensi, ma é diretto verticalmente da una fonte. Tuttavia per entrare in relazione con i suoi visori anonimi, Vostell é costretto a rendersi consapevole delle caratteristiche linguistiche della televisione; ricorre cioè al suo codice: all’inizio un’immagine brucia per diversi minuti e la sua emissione tenta di incuriosire lo spettatore, in seguito continua con una comunicazione di tipo autoritario che dichiara la cattura ideologica del pubblico, e lo stimola ad un processo di estraniamento. Tra le azioni suggerite, si invita lo spettatore a strappare (il processo é naturalmente il  dé-coll/age) un’immagine pubblicitaria - di una bottiglia di wodka - riprodotta su una pagina di rivista settimanale. La rappresentazione sorprendente di immagini o di gesti inusuali tende a focalizzare un processo di estraniamento, che spinge il telespettatore ad assumere la realtà (televisiva) in quanto ‘modificabile’.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 15-19, Dedalo Libri, 1977)

 

-         Nam June Paik (1963)

 

o       L’opera che si autorealizza in modo indeterminato attraverso il caso.

o       All’artista viene sottratta la delega di autore e produttore dell’opera.

o       Autogestione (economica) del mezzo televisivo.

 

Le prime alterazioni del linguaggio televisivo si devono a Nam June Paik. L’artista coreano, allievo di Cage, che aveva già tentato nel 1959 un incontro tra scritture diverse e aveva progettato nel 1961-62 un pezzo da trasmettersi contemporaneamente su entrambe le coste dell’oceano Pacifico, ma  é solo nel 1963 che giunge a con-fondere linguisticamente, in senso operativo, musica e televisione elettronica. Usando la tecnica cageana del linguaggio indeterminato e variabile, secondo il caso e il chance ,method che escludono l’interpretazione soggettiva, Paik presenta, nel 1963 alla Galerie Parnass di Wuppertal (Germania) attraverso 13 Distorted TV Sets, una trasmissione televisiva alterata dall’uso di magneti. Deformando l’afflusso dei segnali elettronici, l’immagine perviene distorta: la quantità degli impulsi rimane identica, ma muta la loro organizzazione formale.

 

Quest’alterazione é ottenuta da Paik intervenendo tecnicamente con magneti sulla struttura interna di ogni singolo televisore. Questo  - come il piano modificato di Cage - una volta alterato nei suoi circuiti interni produce una successione di segni arbitrari ed i segni hanno però la caratteristica di non essere organizzati, ma lasciati essere. Un’attitudine di elettronica zen, per una televisione senza autore.

 

L’alterazione del rapporto di sudditanza può infatti avvenire solo quando l’artista potrà gestire in proprie la produzione dell’immagine. L’occasione é offerta dalla messa in vendita, nel 1964, di una telecamera portatile e di un video-registratore (il portapak) ad un ventesimo del costo precedente, a cui si aggiunge una flessibilità mai raggiunta dal normale equipaggiamento televisivo. Sorge la possibilità di fare televisione in prima persona, al di fuori dei canali governativi e collettivi.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 19 e 23, Dedalo Libri, 1977)

 

-         WGBH TV (Boston), WNET TV (New York), KQED TV (San Francisco) (1967)

 

o       Esperimento di TV autogestita collettivamente da artisti

o       Il mezzo televisivo viene spostato verso una sua gestione di base, così come le produzioni artistiche vengono spostate all’interno del medium televisivo

 

Nel 1967 la fondazione Rockfeller mette a disposizione i fondi per la nascita di un programma televisivo, a circuito cittadino, l’WGBH TV di Boston, gestito direttamente da artisti in residence. Subito dopo sorgono la WNET Tv di New York e la KQED TV di San Francisco: Lo scopo comune é l’uscita dell’esperimento televisivo artistico dal circuito ristretto degli artisti o dai teatri e la sua entrata nei normali canali di trasmissione. Si fa pure vivo il mercato dell’arte.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 31, Dedalo Libri, 1977)

 

-         Nam June Paik e Charlotte Moorman (1969)

 

o       La tecnologia come estensione del corpo (vedi discorso di Mc Luhan).

o       Tentativo di umanizzare la tecnologia.

 

Howard Wise; nel 1969, organizza TV as a Creative Medium , una mostra televisiva, in occasione della quale Nam June Paik, con la partecipazione di Charlotte Moorman, compone il Reggiseno televisivo per scultura vivente.

Il lavoro consiste in Charlotte Moorman che suona il violoncello, avendo come reggiseno due piccoli monitor, le cui immagini sono determinate dal suono. La tecnologia funziona qui come seconda pelle e implica una trasformazione sincronica tra persona e struttura elettronica. Il concetto limite é di una partecipazione talmente profonda della persona all’evento televisivo da diventare organica, dove il corpo é la televisione. Infatti, secondo Paik “il vero problema implicito in “Art and Tecnology” non é fabbricare un altro giocattolo scientifico, ma come umanizzare la tecnologia ed il mezzo elettronico, che sta progredendo rapidamente: troppo rapidamente.

 

L’effetto ricercato e la diretta relazione tra comportamento e mezzo, ogni gesto corrisponde infatti ad una figura sui tubi catodici. Essendo applicato al corpo, il monitor inoltre non interpone spazio tra se e l’esecutore. La caduta dello spazio intermedia conduce all’identità, il tempo della propria azione é identico al tempo televisivo, lo spazio é comune, la simbiosi tra i due comportamenti é totale.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 31, Dedalo Libri, 1977)

 

-         Arte e politica (1969/70)

 

o       Il videotape diventa uno strumento di lotta

o       Uso politico del videotape durante una campagna elettorale realizzata collettivamente

o       Rifiuto dell’autore individuale e modalità operative collettive.

 

 

-         Radical Software (1970)

 

o       Rivista underground sull’uso alternativo del videotape

 

 

-         Guerrilla Television (1971)

 

o       Paperback cult della controinformazione

 

Ciò che succede dopo il 1969 riguarda una variazione d’uso del linguaggio televisivo secondo la poetica individuale e l’implicazione politica. Inoltre a partire dal 1970, accanto alle gallerie e le stazioni televisive, si affiancano i musei e i gruppi politici: il video-tape entra nella comunità, quale strumento d’arte e di lotta. Ira Schneider passa a fondare e dirigere Radical Software, la rivista del movimento underground americano, dove vengono spiegati i vari metodi d’uso alternativo e politico del video-tape recorder,. Nel 1971 viene pubblicato Guerrilla Television  di Michael Shamberg, il paperback diventano in pochi mesi il libro rosso della controinformazione politica statunitense. Shamberg, insieme al gruppo di artisti, architetti e designers, gli Ant Farm, e i membri della Raindancke, fonda la TVTV, la Top Valute Television; il cui assunto politico della video guerrilla é di offrire un’informazione radicalmente differente da quella distribuita dai diversi canali televisivi americani. Il lavoro più interessante prodotto da questa comune di specialisti della visione, della politica e dell’informazione é una trasmissione di sessanta minuti sulle conventions democratica e repubblicana di Miami Beach. Il programma prodotto con sistemi estremamente economici (il costo fu di circa 20 mila dollari; contro i 20 milioni spesi dalle varie compagnie televisive) suscitò la relazione delle compagnie, poiché offriva una visione reale del caos e delle battaglie politiche sotterranee delle conventions, oltre che una indagine sull’uso mistificante delle trasmissioni televisive, a carattere nazionale.  Attraverso l’uso alternativo del video-tape recorder, lo scontro politico si arricchisce di una nuova lotta, quella sull’informazione sulla documentazione. Il modello e la prassi televisiva vengono rovesciati. Le minoranze iniziano a riconoscere come propria solo l’informazione televisiva prodotta dai suoi appartenenti. Ovunque il mezzo diventa un obiettivo di lotta e si impone come lavoro politico e creativo, che mira a risultati concreti contro la videologia borghese. Il movimento studentesco e quello operaio, alle fasulle trasmissioni ‘astratte’ del potere, tendono invece a contrapporre la realtà dei fatti. Si arriva così a leggere e vedere le cose direttamente senza la mediazione del regista.

(G. Celant, “Off Media”, pag. 47, Dedalo Libri, 1977)

 

 

-         Homebrew Computer Club (1971)

 

o       L. Felsenstein e F. Moore fondano “l’associazione di libero scambio di informazioni dalla quale uscirono venticinque tra le prime società d’informatica della Silicon Valley (…) il risultato era un flusso di competenze che potevano liberamente incrociarsi”

(da E. Guarneri, in AA.VV, “La carne e il metallo”, pag.60, Editrice il Castoro,

1999)

 

 

 

-         Community Memory Project (1971)

 

o       L. Felsenstein fonda “il primo progetto di telematica sociale del mondo (…) “che consisteva nel mettere a disposizione nelle strade e in luoghi ad alta frequentazione giovanile dei terminali di computer collegati in rete a un grosso sistema, regalato dall’università perché obsoleto. Si trattava di una gigantesca bacheca elettronica (BBS) non tanto per lo scambio dei messaggi, quanto per la costituzione di un database che raccogliesse i saperi della comunità”.

(da E. Guarneri, op.cit., pag.61)

 

 

L’opera come trasmissione del senso oltre che evento interattivo

 

Ecco che dunque vorrei fare un passo indietro descrivendo un’opera musicale dell’artista fluxus G. Chiari degli anni ’60.

L’opera si intitola “Fuori”.

Ho avuto la fortuna di partecipare all'esecuzione del brano di G. Chiari "Fuori" nel 1996 a Bologna.

Tale brano consiste nella presenza sul palcoscenico dell'esecutore che sta con gli occhi chiusi ascoltando i rumori della sala . Ogni qual volta sente un rumore, lo descrive verbalmente (ad esempio "un colpo di tosse", "scarpe sul pavimento", "un foglio stropicciato", ...). Tale brano dopo una prima fase induce lo spettatore  a "partecipare" al brano stesso "provocando" volontariamente dei rumori che in seguito saranno descritti dall'esecutore.

La mia fortuna in tale occasione fu anche un'altra, ovvero il fatto che l'autore, Chiari, era presente all'esecuzione (non per caso dato che era un concerto in omaggio al suo settantesimo compleanno) e a concerto terminato parlando con l'esecutore gli fece notare che l'esecuzione del brano poteva essere terminata prima, prima cioè che in sala si verificasse una sorta di duetto tra pubblico ed esecutore, tra rumori provocati volontariamente e la loro descrizione verbale.

Se da una parte tale affermazione potrebbe essere giustificata dalla richiesta del "caso" nell'evento musicale, del "non volontario", dall'altra, quella che preferisco, potrebbe essere giustificata dalla richiesta di "comunicazione di senso" contro la semplice "trasmissione di informazione" o ritualità e accademia della comunicazione di senso.

Propendere per l'una anziché l'altra interpretazione significa dare una diversa interpretazione al concetto di musica.

Da una parte come evento "spontaneo", legato al sentimento, alla caducità delle cose, a una sua irriproducibilità, una sorta di carpe diem del fluire musicale nella vita.

Sebbene credo che questa caratteristica sia presente nella musica di Giuseppe Chiari, come anche l'aspetto partecipativo (alla base di una certa parte delle esperienze musicali degli happening soprattutto dagli anni '50 in poi) vi è una seconda interpretazione del concetto musicale su cui credo vada posta l'attenzione in modo prioritario (pur non essendo per certi versi scindibile da quanto appena detto): la musica come comunicazione di senso.

Mi spiego.

Ciò che credo intendesse fare Chiari quando ha scritto il brano "Fuori" fosse fondamentalmente il comunicare al pubblico l'idea che non è musica solo ciò che proviene 'dal' palcoscenico, ma anche ciò che proviene da 'fuori' di esso.

L'evento musicale dunque non si risolve ne nei rumori in sala, ne nelle descrizioni dell'esecutore, ne nel duetto messo in atto tra queste due entità.

L'evento musicale si realizza, e si esaurisce, nell' "atto di comprensione" da parte dello spettatore che egli stesso può fare musica (ciò assume un significato ancora maggiore per il fatto che tale istruzione proviene da un luogo, il palcoscenico di un teatro, da dove normalmente proviene l'istruzione opposta, ovvero quella per cui solo pochi musicisti posssono e sono in grado di fare musica).

Che poi lo spettatore metta in atto "in scena" ciò che ha compreso diventa una forma di "accademia" della musica. Così come il continuare l'esecuzione da parte dell'esecutore si riduce a semplice "trasmissione di informazione" intendendo in questo caso una semplice ripetizione priva di senso "aggiuntivo" a quello già comunicato (non dunque "trasmissione di informazione" come passaggio di informazione senza passaggio di senso).

In un'analoga distinzione tra semplice trasmissione di informazione e comunicazione di senso (concetto nodale di molte teorie semiotiche degli anni sessanta, periodo tra l'altro in cui Chiari realizza il brano) vi è la differenza tra musica come sterile riproduzione accademica e musica come vita.

Se la prima è normalmente una necessità del rendere la musica (e il senso che le soggiace) una merce vendibile, la seconda è una necessità evolutiva "almeno" per il genere umano.

Portare l'attenzione sull'atto comunicativo vuol dire dare un'interpretazione degli happening meno rivolta all'atto partecipativo (o interattivo) e maggiormente rivolta alla trasmissione di senso (o, se si vuole, ne reinterpreta il concetto di "interattività" in quello di trasmissione di senso attraverso le relazioni).

Sicuramente esclude a priori dagli happening la necessità spettacolare.

E' in questo senso che un brano musicale si può risolvere in una scritta, così come in una strategia, nel potenziamento di una trama di relazioni, o altro; non per forza in un "evento di strada" o di piazza.

Gli eventi della vita non sono quelli che si realizzano "materialmente" "fuori" dal Palazzo, bensì quelli che realizzati "materialmente" "dentro" o "fuori" dal Palazzo  sono innanzi tutto "riconoscibili come" ma soprattutto "portatori di un senso" "fuori" dal Palazzo.

Ovverosia, il loro senso e la loro riconoscibilità non rientra nelle categorie del Palazzo.

La musica è della vita quella parte che crea i presupposti affinché esista una "connessione di senso".

E' questo lo spirito con cui amo guardare agli eventi e alle situazioni provocate dalle avanguardie storiche e dalla seconda avanguardia.

E' nel campo evolutivo un momento di "trasferimento di risorse" necessario al modello di vita "sociale". "Risorse" intese non tanto come necessità per la sopravvivenza o la riproduzione, quanto per la garanzia di "autonomia" dell'individuo, dei suoi processi intenzionali e dunque delle sue possibilità di esprimere forme di auto-organizzazione nel modello sociale).

 

E' questo a mio avviso un elemento comune e importante anche per la musica punk.

I concerti punk sono in