La fibra oscura di Lovink
Dark fiber è il termine usato per definire la fibra ottica inutilizzata,
materiale che viene depositato in quantità superiore alle esigenze immediate
per ridurre i costi di eventuali ulteriori cablature da effettuare in futuro.
Da chi e come verranno usati questi "cavi oscuri", che la crisi della
Net Economy ha trasformato in qualcosa a metà fra le rovine dei progetti
falliti del turbocapitalismo anni '90 e le promesse del ritorno di antiche utopie?
A sollevare l'interrogativo è Geert Lovink, leader storico della scena
hacker olandese e fra i promotori di quei due straordinari esperimenti di democrazia
elettronica che sono stati Digital City di Amsterdam e la mailing list Nettime.
In "Dark fiber" (Luca Sossella Editore, prefazione di Franco Bifo
Berardi), Lovink prende le distanze sia dalla "americanizzazione"
del net-pensiero (solo l'hardware è globale, scrive, le contaminazioni
di hardware, software e wetware sono legate a particolarità regionali),
sia dallo scetticismo tecnofobo dei critici alla Baudrillard .Al modello tradizionale
dell'intellettuale opinion leader (tipicamente francese), che tende a ignorare
opportunità e sfide delle tecnologie di rete, Lovink oppone la sua alternativa
"made in Amsterdam", fatta di tecnoradicalismo, datanichilismo e "negativismo
giocoso" (un mix di pensiero negativo neofrancofortese e vitalismo neoavanguardista).
Se è vero che questa opzione lo aiuta a evitare le suggestioni del catastrofismo
tecnofobo, è altrettanto vero che essa lo induce a sottovalutare, in
nome del "laicismo europeo", il ruolo determinante che misticismo
digitale e anarcocapitalismo delle startup (entrambi di matrice californiana)
hanno svolto nei meccanismi della sovversione digitale. Dando per morte e sepolte
queste utopie originarie, spazzate via dall'esplosione della bolla speculativa
e dalla successiva normalizzazione monopolistica, Lovink traccia uno scenario
decisamente negativo dell'oggi, parlando di una rete che starebbe creando masse
di utenti che stanno buoni e zitti e cliccano senza rompere le scatole, e di
una comunicazione divenuta "inutile e noiosa, ridotta a questione privata".
Nella sua tormentata ricerca di un "terzo luogo", vale a dire di una "parte pubblica" del cyberspazio capace di sottrarsi alla tenaglia di stato e mercato, Lovink sembra sottovalutare, se non ignorare, quanto sta già succedendo in questo senso (vedi l'esplosione del blogging e le pratiche di massa degli utenti peer to peer). Ma in questo modo il tono delle sue critiche, fra il risentito e lo snob, scade spesso nella celebrazione nostalgica delle net avanguardie che si erano illuse di poter modellare Internet a propria immagine e somiglianza, e finisce per tradire il presupposto secondo cui "oggi la paura della cooptazione è più distruttiva della preoccupazione per il compromesso ideologico".