L'ucronia è un genere (o sottogenere) difficile, perché
non solo disegna un futuro possibile, come tutta la fantascienza (o
la narrativa con componenti fantascientifiche), ma lo disegna sulla
base di un passato diverso da quello che noi abbiamo conosciuto: destabilizza,
insomma, non solo il futuro e il presente, ma anche il passato. Può
sembrare facile affascinare il lettore introducendo nella storia del
mondo una variante possibile, che realizzandosi nel passato cambia anche
il nostro presente, ma non è così. La banalità
è sempre in agguato, l'incongruenza è un rischio che minaccia
di togliere lucidità e coerenza al quadro. In più uno
dei capolavori di Philip Dick è un'ucronia (L'uomo nell'alto
castello, a lungo noto al lettore come La svastica sul sole): ce n'è
abbastanza per bruciarsi le ali, e infatti l'ucronia, dentro e fuori
la fantascienza, non è un genere molto frequentato.
Wu Ming 5 (al secolo Riccardo Pedrini, ultimo arrivato nella factory
dei Wu Ming, i quattro bolognesi che, firmandosi per l'ultima volta
Luther Blissett, scrissero Q), ha avuto coraggio e non si è bruciato
le ali. Ha scritto Havana Glam (Fanucci, pagine 412, lire 29.000), un'ucronia
divertente, ben congegnata, che combina vari generi (com'è d'obbligo
in quest'epoca rimescolata: fantascienza, thriller, spy story), vari
toni (dal drammatico all'umoristico) e vari ingredienti (il viaggio
nel tempo, la polemica politica, la telepatia, le culture orientali,
la musica). Alcuni di questi ingredienti erano già presenti nel
notevole romanzo d'esordio di Pedrini (uscito nel 2000), Libera Baku
ora, ma qui sono montati in maniera differente, con qualche concessione
in più (mi pare) alle fasce di pubblico meno esigenti, e un tono
meno cupo e drammatico.
Nel 2045 la terra è condannata. Nel 2022 una guerra nucleare
(la stessa che concludeva Libera Baku ora) ha reso inabitabile l'emisfero
australe [boreale, N.d.WM.]; il governo e una parte della popolazione
degli Stati Uniti vivono sottoterra, mentre in superficie imperversano
guerriglie endemiche. L'opzione di invadere l'America latina e trasferire
lì tutta la popolazione non risolverebbe il problema: prima o
poi il fallout coprirà tutto il pianeta. L'unica possibilità
è cambiare la storia, convincere il governo americano del 1945
(Roosevelt e Truman) a gettare la bomba atomica sulle principali città
sovietiche, per distruggere l'Urss (progetto effettivamente accarezzato
dagli Usa manon realizzato), e quindi impedire le guerre di Corea e
del Vietnam, i movimenti giovanili anticapitalisti degli anni Sessanta,
il tardivo crollo dell'impero comunista nel 1989 e la guerra del 2022.
Ed è quello che tenta il governo americano del 2045, dal momento
che possiede la tecnologia per i viaggi nel tempo: il reattore a tachioni
Grabowski-Goldbaum. Così vengono inviati, uno dopo l'altro, tre
temponauti: il primo, inviato nel 1944, muore quasi subito per un incidente
imprevisto; il secondo, che dovrebbe prendere il suo posto, fallisce
la missione e decide di restare nel passato integrandosi nei servizi
segreti Usa; il terzo viene inviato nel 1972 per tentare di correggere
i cambiamenti al continuum spazio temporale determinati comunque dalle
azioni del Secondo Inviato. Qui interviene il colpo di genio di Wu Ming,
e il centro dell'azion diviene prima la Giamaica, poi Cuba.
Un'esilarante coppia di agenti segreti cubani (uno dei quali, Diego
Dieguez Torres, DDT, preso in prestito da un romanzo di Daniel Chavarria)
e un'affascinantissima mulatta, colonnello dell'esercito, si trovano
alle prese con una imprevedibile destabilizzazione: quella indotta dalla
diffusione a Cuba del rock'n'roll, nella figura di un David Bowie che
abbandona il personaggio di Ziggy Stardust non per aprire (come avvenne
nella nostra realtà) un "periodo berlinese", ma un
"periodo cubano". Il tutto si intreccia con le azioni del
diabolico Larsen (il Secondo Inviato) e del terzo Inviato (di cui il
lettore ignora sino alla fine l'identità) fino al tesissimo finale,
che ovviamente non riveliamo.
Documentatissimo, al punto da rendere difficile al lettore distinguere
i dati reali dalle invenzioni, Havana Glam è una macchina narrativa
ben oliata anche se complessa, che soddisfa il gusto degli amanti del
romanzo d'azione e d'avventura ma serve, in fondo, a dimostrare due
tesi care ai Wu Ming: che "non esiste alcun eterno ritorno dell'uguale",
che la storia è un continuo gioco di possibili; e che l'informazione
e la cultura popolare sono fattori di conflitto sociale spesso più
determinanti delle armi e della politica.