"Il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il XX secolo
ha generato un mondo sempre più ambiguo. Il paesaggio delle comunicazioni
è attraversato dagli spettri di sinistre tecnologie e dai sogni
che il denaro può comprare. (...) Ciò che i nostri figli
hanno da temere realmente non sono le autostrade del domani, bensì
il nostro sottile piacere nel calcolare i più eleganti parametri
delle loro morti. Documentare i disagevoli piaceri del vivere in questo
glauco paradiso è divenuto sempre più il compito precipuo
della fantascienza". James G. Ballard indicava questo ambizioso
e antieroico obiettivo nel 1974, in una lucidissima e ormai famosa prefazione
al suo romanzo Crash. Dieci anni dopo usciva il romanzo che rivelava
al pubblico il suo più geniale discepolo, William Gibson: il
romanzo era Neuromancer, e con esso nasceva il movimento più
innovativo e rivoluzionario che la fantascienza avesse conosciuto dai
tempi della New Wave, il cyberpunk. Questo nome non se lo scelsero i
giovani, poco più che ventenni, che si riconobbero nell'insofferenza
per una fantascienza ingobbita negli stereotipi: Bruce Sterling, Rudy
Rucker, Lewis Shiner, John Shirley e altri scrittori preferirono chiamarsi
Mirrorshades Movement, e in effetti Mirrorshades (occhiali a specchio)
fu il nome dell'antologia che, nel 1986, costituì il loro manifesto.
Ma il nuovo nome, coniato dal critico Gardner Dozois, ebbe fortuna e
finì per imporsi, anche se creò non pochi equivoci. Su
ciò che costituisse la vera essenza del cyberpunk, sulla lista
degli scrittori che andassero compresi sotto quella denominazione, sulla
loro effettiva originalità e valore, la polemica si aprì
immediatamente, e per certi versi dura tuttora. Proviamo a esaminarne
i temi principali. |