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Arte, Media e Comunicazione
di T.Tozzi |
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Testo dell'intervento alla sezione "Arte" del meeting Hack It 2000 16-18 giugno 2000, Forte Prenestino, Roma |
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INDICE:
Gli scopi
I MASS MEDIA
La
comunicazione di massa vs comunicazione di tipo interpersonale
La
necessità di riformulare il concetto di mezzi di comunicazione di massa
New Media
La
polisemicità dei testi mediali
LA COMUNICAZIONE
Fondamenti
di semiotica
Il segno
Espressione e contenuto
Denotazione e
connotazione
I tre tipi di segno in
Peirce.
L’assenza
del referente
Il
cinema come riproduzione della realtà.
Il
cinema come rappresentazione della realtà.
Il
cinema come trasformazione della realtà.
L’ARTE
Rapporti
tra arte e media
-
Bertold brecht (1932)
-
I Futuristi (Martinetti e Masnata, 1932)
-
Gruppo Spaziale (Fontana, Burri, Tancredi, ecc., 1952)
-
W. Vostell (1958)
- Nam June Paik (1963)
- WGBH TV (Boston), WNET
TV (New York), KQED TV (San Francisco) (1967)
- Nam June Paik e Charlotte Moorman
(1969)
-
Arte e politica (1969/70)
-
Radical Software (1970)
- Guerrilla Television (1971)
-
Homebrew Computer Club (1971)
- Community Memory
Project (1971)
Le ricerche linguistiche parallele: lo studio della
pragmatica e la teoria degli atti linguistici
Un
modo differente di giudicare i media
I
nuovi media digitali e l’utente autore-spettatore
L’arte
collettiva e il nome multiplo
Due
differenti tipologie di uso artistico delle reti telematiche
-
La rete come contenitore:
-
La rete come opera
L’opera
come trasmissione del senso oltre che evento interattivo: G. Chiari
I media
della conoscenza
L’artista
come media
L’arte come trasferimento di risorse
Link =
presupposizioni = prescrizioni
CONCLUSIONI
BIBLIOGRAFIA
- Descrivere nel campo dell’arte quelle idee,
pratiche e strategie che hanno sottolineato l’importanza di un uso dei media
finalizzato alla comunicazione.
- Formulare l’ipotesi di una nuova idea di arte in continuità con le riflessioni del passato ma anche conseguenza della nascita e dell’uso dei nuovi media digitali:
o
l’arte
come rete di relazioni comunitarie orizzontali e interattive
o
l’arte
come trasmissione di senso.
o
L’arte
come trasferimento di risorse
Saranno illustrate le classiche distinzioni tra
comunicazione di massa e comunicazione interpersonale
per illustrarne l’inadeguatezza in relazione ai nuovi media digitali.
Nel fare ciò si esamineranno alcune caratteristiche fondamentali dei nuovi
media.
Si cercherà di definire cosa si intende per comunicazione
e nel fare ciò si evidenzierà come prioritarie la trasmissione del
senso così come la partecipazione interattiva.
Verrà fornita una panoramica dei rapporti tra arte e media in questo secolo per mettere in luce come le intuizioni che ne sono scaturite abbiano forti punti di contatto con il modello di comunicazione specifico delle attuali reti telematiche. Saranno quindi descritte le recenti ricerche artistiche che si rifanno al modello rizomatico della rete e in particolare alle relazioni e agli scambi cooperativi all’interno delle comunità telematiche.
La comunicazione di massa vs comunicazione di tipo
interpersonale:
I mezzi di comunicazione di massa (radio,
televisione, stampa, ecc.):
·
non
bidirezionali (una massa anonima ed un feedback deduttivo, da cui messaggi che
si adattano a pubblici differenziati e non si interessano ai loro sottogruppi).
Viene operata una previsione sul tipo di pubblico e dunque
sul tipo di codice da adottare. Oltre all’emittente e al ricevente reale si ha
dunque la costruzione di un emittente e un ricevente immaginari frutto della
previsione che l’autore opera rispetto al modello di scambio comunicativo
·
sfera
delle relazioni: pubblica
·
quantità:
uno a molti
·
la
produzione necessita di una grande struttura organizzativa
·
con
memoria
·
intertestualità
e stesso contenuto su più media
I mezzi di comunicazione interpersonali (telefono,
microfono, ecc.):
·
bidirezionali
(feedback diretto, da cui la possibilità di costruire messaggi personalizzati
rispetto al destinatario)
·
sfera
delle relazioni: privata
·
quantità:
uno a uno o relazione di gruppo
·
la
produzione non necessita di una grande struttura organizzativa
·
non
dotati di memoria
·
un
singolo media per un singolo contenuto
La necessità di riformulare il concetto di mezzi di
comunicazione di massa
Soprattutto con l’avvento delle reti telematiche si viene a svilupparsi un nuovo media che presenta delle particolarità che mettono in crisi quelle distinzioni tra mezzi di comunicazione di massa e interpersonali descritte sopra.
Ad esempio attraverso un unico media, il computer,
collegandosi alla rete telematica internet si può avere delle tipologie
comunicative in cui gli utenti sono passivi e si limitano a navigare scegliendo
il loro percorso tra una molteplicità di contenuti inseriti da altri (schema
uno a molti) così come altre tipologie, quale ad esempio la posta elettronica,
in cui si ha sia uno scambio interattivo privato (uno a uno) che uno scambio di
gruppo come avviene nelle mailing list o nei newsgroup. (veri e propri forum
collettivi di discussione realizzati attraverso uno scambio di messaggi scritti
e depositati in internet). Inoltre la comunicazione privata può essere
conservata e archiviata in una memoria fissa.
Una ulteriore definizione per distinguere i mass media potrebbe dunque essere quella di:
un medium in grado di comunicare ad un pubblico crescente ad
un costo proporzionalmente decrescente.
New Media
I nuovi mezzi informatici, con la loro esplosione grazie al personal
computer negli anni settanta inaugurano un nuovo genere di strumenti
della comunicazione definiti per adesso genericamente New Media.
Tali nuovi media presentano alcune caratteristiche:
§
Sincretismo (sintesi in un’unica forma di
modalità espressive diverse) ed Eterogeneità
§
dei
codici
(riferimento a codici e famiglie di codici diversi)
§
Sinestetici (cooccorrenza di stimoli afferenti a organi
sensoriali diversi)
§
interattività
§
connettività
§
modularità
(la possibilità di un’organizzazione complessa dei contenuti con
§
strutture
possibili molteplici:
·
multisequenziale
·
non
lineare
·
matrice
·
rizomatica
·
gerarchica
·
orizzontale)
Inoltre i new media presentano alcuni vantaggi:
§
memoria
§
velocità
§
riproducibilità
senza perdite
§
diffusione
§
dialogo
§
flessibilità
(manipolabilità)
§
adattabilità
§
autoapprendimento
(reti neurali)
La polisemicità dei testi mediali
Innanzi tutto per testo si intende non il
semplice testo alfabetico, ma qualsiasi testo audio-scripto-visivo che sia “un
insieme discorsivo coerente e compiuto” (G. Bettetini, “L’audiovisivo –
dal cinema ai nuovi media”, pag. 38, Bompiani, 1996).
Secondo Fiske un testo diventa tale “nell’atto della
lettura, cioè quando la sua interazione con uno dei molti pubblici attiva
alcuni dei significati/piaceri che è in grado di provocare” e che “un programma
è prodotto dall’industria, un testo dai suoi lettori”.
Per D. McQuail “questo è un punto centrale in quella che
è in fondo una teoria del contenuto dei media visto sotto il profilo della sua ricezione
più che della produzione o del suo significato intrinseco” in cui “il testo
mediale ha molti significati alternativi che possono tradursi in differenti
letture. Perciò il contenuto dei mass media è in linea di principio polisemico,
avendo molti possibili significati per i suoi lettori” (D. McQuail,
“Sociologia dei media”, pag. 223, Il Mulino, 1996).
IL SEGNO
Per Saussure il segno
è l’unione indissolubile di:
-
significante (la rappresentazione mentale dell’aspetto
fisico del segno)
-
significato (il concetto o idea cui il segno rimanda)
Per Saussure significante e significato sono come i due
lati dello stesso foglio; non si può cambiare l’aspetto dell’uno senza cambiare
l’aspetto dell’altro; se si divide il foglio a metà si divide simultaneamente
sia il lato del significante che quello del significato.
Secondo Saussure
in ogni atto di parole sono coinvolti tre processi:
- un
processo psichico un
concetto acustico associato a un’immagine acustica.
- un
processo fisiologico il cervello
trasmette agli organi della fonazione un
impulso
correlativo all’immagine.
- un
processo fisico le onde sonore si propagano dalla
bocca del locutore
all’orecchio
dell’ascoltatore.
Lo stesso processo
avviene in modo inverso nell’ascoltatore.
Secondo tale
modello è stata definita comunicazione ogni processo mediante il
quale una certa fonte fa passare attraverso un canale una certa
quantità di informazione, finché non raggiunge il destinatario.
Va notato che tale
modello della comunicazione nella Teoria dell’informazione si limita a
trasmettere una serie di dati mentre teorie della comunicazione
successive (tra i quali i modelli semiotici) hanno sottolineato
l’importanza che in tale processo vi sia una trasmissione del senso.
ESPRESSIONE E
CONTENUTO
Per Hjelmlsev una
semiotica è il rapporto in un segno tra il piano dell’espressione
(il cosiddetto piano dei significanti) e piano del contenuto (il
cosiddetto piano dei significati).
DENOTAZIONE E
CONNOTAZIONE
Hjelmlsev ha
parlato di semiotica connotativa per intendere una molteplicità
possibile di livelli di significato insiti in un segno.
Secondo le sue
teorie una semiotica connotativa è una semiotica il cui piano espressivo
è a sua volta una semiotica.
Vi sarebbero
dunque due livelli di significazione in un segno: la denotazione e la connotazione.
Per spiegare in
modo semplice tale distinzione con un esempio si può analizzare come segno la
parola “ulivo”. In tale segno la denotazione consisterebbe nell’oggetto
ulivo cui la parola si riferisce. La connotazione sarebbe invece
quell’insieme di significati e valori aggiunti di cui il segno è simultaneamente
portatore in una determinata cultura. Nel caso della parola “ulivo” il livello
connotativo starebbe dunque ad indicare per la cultura cattolica un significato
di “pace”.
I tre tipi di
segno in Peirce.
Secondo la definizione fatta da Peirce, i segni si dividono
in tre categorie:
- Indici La relazione tra segno e
cosa denotata è di tipo contiguo o in
connessione fisica
con l’oggetto.
es. la
banderuola in quanto indice del vento. Il fumo, il dito, ecc.
Anche la
fotografia viene fatta rientrare da Peirce in questo tipo di segni in quanto ci
sarebbe una contiguità tra la luce rifratta da un oggetto e il modo in cui
impressiona la pellicola fotosensibile.
- Icone C’è un rapporto di analogia,
somiglianza o metafora tra il segno e la cosa denotata.
E’ importante
notare come la scelta dell’analogia usata e dunque delle qualità pertinenti
del segno sia di per se un forte punto di vista in base al quale andremo a
caratterizzare l’interpretazione di una funzionalità o di un contenuto.
es. E’ tipico
il linguaggio dell’immagine pittorica.
- Simboli La relazione è arbitraria e convenzionale.
Es. la bandiera
come simbolo della patria.
Le parole sono
un esempio in questo senso sebbene si abbiano
Delle eccezioni
nelle onomatopeiche.
Rispetto ai
pittogrammi che attraverso l’analogia iconica facilitavano la comprensione del
livello denotativo del segno, l’alfabeto ha la caratteristica dell’economia,
ovvero della capacità di trattare concetti astratti attraverso la combinazione
di soli 21 simboli.
Vediamo in
riguardo a ciò le sei definizioni del termine ‘comunicazione’ che L. Gallino
fornisce nel “Dizionario di Sociologia”
della Utet per come sono sintetizzate da B. Valli nel suo libro
“Comunicazione e media”, Carocci ed., 1999, pag. 13-16.
Prima
definizione:
si ha comunicazione ogniqualvolta una proprietà, una risorsa, uno stato viene
trasmesso da un soggetto ad un altro comprendendo nella categoria dei soggetti
anche quelli inanimati. L’esempio del radiatore che comunica calore
all’ambiente circostante (Morris) è significativo del grado di genericità in
cui ricade questo tipo di definizione.
Più che per la
realizzazione di un prodotto multimediale questa definizione potrebbe forse
essere utile per definire alcune caratteristiche della struttura sociale
all’interno della quale circolano tali prodotti. E’ una definizione che in
qualche modo implica un’attenzione alla struttura complessa di connessioni tra
i vari enti che partecipano alla realizzazione e diffusione di un prodotto
multimediale e potrebbe forse essere utile per definire molto genericamente la
condizione del fornire gli strumenti, le competenze, l’accesso alla
comunicazione e dunque all’uso degli strumenti multimediali. Una parte dunque che
deve essere prevista all’interno del prodotto multimediale, ma che forse non è
propriamente adatta a chiarire gli obbiettivi comunicativi di un prodotto
specifico.
Seconda
definizione: è
quella assimilabile allo schema stimolo risposta, dove ogni comportamento d’un
essere vivente che ne influenza un altro rappresenta una forma di
comunicazione.
La pretesa che uno
stimolo (messaggio) determinato possa produrre un effetto (risposta o
comportamento) determinabile nel destinatario è stato uno dei principali luoghi
delle critiche che le ricerche comportamentiste in campo psicologico, così come
quelle della bullett theory nel campo dei media, hanno pesantemente ricevuto.
La mente delle persone, così come la loro organizzazione logico cognitiva,
varia da soggetto a soggetto e ciò determinerà risposte differenti; allo stesso
modo il contesto, la cultura, le abitudini influiranno fatalmente sulla
possibilità di una comprensione reale del messaggio da parte dell’utente di un
prodotto multimediale.
Se dunque non esiste
una formula per cui un prodotto multimediale confezionato secondo determinate
regole produrrà determinati comportamenti, al contrario una strategia mirata
alla persuasione che si avvalga di un’analisi completa dei vari fattori legati
al processo comunicativo potrebbe (sic!) avere i suoi risultati.
Sicuramente
l’obbiettivo di alcuni prodotti multimediali potrebbe essere esattamente quello
di influenzare anziché di comunicare, di influenzare più o meno
inconsapevolmente il modo di comportarsi delle persone (ad esempio indurle ad
un acquisto di un prodotto che potrebbe sembrare un comportamento utile per
soddisfare determinati bisogni), ma sebbene questo possa essere un possibile
obbiettivo, poco ha a che fare con quello che si vorrebbe intendere per comunicazione.
Terza
definizione:
si riferisce allo scambio di valori sociali che si effettua secondo regole
prestabilite: infatti con riferimento esclusivo alle società umane, si
definisce comunicazione qualsiasi scambio di valori sociali condotto secondo
determinate regole.
Rifacendosi agli
studi di Lévi Strauss, tali valori sociali favorirebbero o a seconda dei casi
sarebbero la conseguenza dell’esistenza di una ben determinata struttura
sociale. La lingua sarebbe una dipendente della struttura.
La multimedialità
è una delle nuove forme di alfabetizzazione sociale e in tal senso i prodotti
multimediali risentiranno, più o meno volontariamente del ruolo di essere
portatori dei valori della società che ne fa uso. Il linguaggio e la cultura di
un popolo si riversa ed influenza il linguaggio e le modalità d’uso degli
strumenti multimediali che dunque, al di là dei contenuti, saranno portatori di
un valore aggiunto nei loro messaggi, ovvero i valori sociali. Al contrario
alcuni prodotti useranno i valori sociali esistenti per connotare i segni, le
metafore e la retorica usata nella realizzazione dell’interfaccia del prodotto
multimediale per renderne la comprensione indirizzata verso un senso specifico
e più facilmente intuibile.
Da una parte
obbiettivo, dall’altra metodo, anche questa caratteristica della comunicazione
dovrà essere tenuta di conto in modo particolare. In particolare la
progettazione di una determinata struttura del prodotto multimediale influirà
pesantemente su ciò che tale prodotto potrà o vorrà comunicare.
Quarta
definizione: è
costituita dal passaggio o trasferimento di informazioni da un soggetto (la
fonte, l’emittente) ad un altro (il ricevente, il destinatario) per mezzo di
veicoli di varia natura: ottici, acustici, elettrici, idraulici ecc.
Anche questa
definizione trae spunto da una teoria, quella dell’informazione di Shannon e
Weaver, che ha avuto modo di essere pesantemente criticata soprattutto in
ambito semiotico. U. eco ha sottolineato come la comunicazione non si possa
ridurre ad un trasporto o a una circolazione di dati, ma implica la necessità
di un codice e di eventuali sottocodici che siano portatori di senso.
Dunque per
comunicazione non si può intendere il far arrivare un dato da una fonte ad un
destinatario ma al contrario va fatto arrivare un senso. Il senso non è innato
nelle parole, nei simboli, nei segni in generale; le discussioni in riguardo
hanno fatto discutere i filosofi fin dal tempo dell’antichità (un esempio per
tutti è la discussione sui nomi fatta da Platone nel suo Cratilo). Al contrario
il senso è il risultato dell’esistenza di un complesso sistema di codici condivisi più o meno parzialmente e
in modo sfumato, di relazioni, di intenzioni, di pratiche d’uso e di processi
ricorsivi il cui non tenerne in debito conto ridurrebbe la trasmissione di un
semplice dato a una molto probabile alterazione e deformazione del senso che
con esso si voleva trasmettere. La comunicazione è in ultima ipotesi sempre
deformazione, ma è sulla base delle previsioni di tale deformazione, così come
degli accordi conseguenti tra emittente e ricevente che si giungerà a
condividere un senso.
L’analisi del
trasferimento di informazioni è dunque
ancora una volta un discorso sullo strumento più che sul prodotto veicolato
dallo strumento. Sebbene ciò sia comunque un ambito rilevante nella
progettazione di un prodotto multimediale, altre parti sono probabilmente più
significative rispetto agli aspetti comunicativi.
Quinta
definizione:
quando due o più soggetti giungono a condividere i medesimi significati.
Creare un prodotto
in grado di far condividere un determinato senso attraverso l’uso di segni
progettati per essere uno strumento di traduzione tra modelli cognitivi
differenti è sicuramente una delle avventure più affascinanti in ogni tipo di relazione
umana. Che tali segni siano realizzati attraverso linguaggi differenti
(alfabetici, iconici, acustici, così come gestuali ecc.) sarà una ricchezza e
una qualità più che uno scoglio.
La creazione di
simboli, icone, di una mappa concettuale, l’uso di metafore, della struttura,
la progettazione dell’orientamento, della navigazione, dell’usabilità, così
come la creazione di gabbie grafiche e dunque lo sviluppo di un layout e di
stili determinati, saranno alcune delle parti fondamentali tese all’obbiettivo
di farsi portatori di un senso fornendo contemporaneamente la possibilità della
sua decodifica e quindi condivisione.
Sesta
definizione:
la formazione di un’unità sociale a partire da individui singoli, mediante
l’uso di un linguaggio o di segni o anche l’avere in comune elementi di
comportamento, o modi di vita, grazie all’esistenza di insiemi di regole.
Questa ultima
definizione pone l’accento su un’ulteriore possibilità ed obbiettivo di un
prodotto multimediale: quello di essere uno strumento di coesione sociale, un
luogo dove si crea comunità, non semplicemente un luogo dove si partecipa alla
vita comunitaria.
Una comunicazione
completa si ha secondo quest’ultimo punto di vista non solo quando esiste una
forma di dialogo che sappia tener conto dei differenti linguaggi usati da
coloro che partecipano all’atto comunicativo, ma quando esiste anche una
possibilità di partecipazione collettiva nell’atto comunicativo che diventi
luogo della creazione di un linguaggio comune, frutto dei continui interscambi,
delle correzioni, degli errori, delle emozioni e dunque degli accordi tra i
vari partecipanti ad una comunicazione in tal senso di tipo comunitario.
Ognuno deve poter
essere attore in prima persona e non semplice spettatore della comunicazione.
Un’interfaccia
multimediale dovrebbe dunque poter essere un’entità mutevole, risultante dalla
partecipazione interattiva degli utenti.
Se questo è molto
difficile realizzarlo su un supporto tendenzialmente statico come è il cd-rom,
è altresì una qualità specifica delle attuali potenzialità che le reti
telematiche possono fornire.
L’uso dunque di
e-mail, mailing list, newsgroup, di aree dove poter inserire file e non solo
prelevarli, può dar luogo ad una circolarità comunicativa il cui risultato sarà
una direzionalità specifica dell’evoluzione dell’interfaccia di un sito grazie
al contributo e lo scambio cooperativo tra gli utenti e tra questi e i
progettisti dell’interfaccia.
L’assenza del referente
Definito quanto sopra passiamo a descrivere la distinzione
che fa G. Gola (G. Gola, “Elementi di linguaggio cinematografico”, La scuola
Editrice, 1979) nel momento in cui definendo il cinema come un linguaggio di
immagini audiovisive in movimento, vi individua tre elementi
caratteristici: riproduzione, rappresentazione e trasformazione.
Il cinema come riproduzione della realtà.
Tale elemento sottolinea lo statuto fotografico
dell’immagine filmica.
Sebbene qualsiasi testo, quindi anche fotografico, presenta
degli elementi connotativi, la fotografia lega strettamente l’immagine alla
realtà referente determinandone i caratteri di oggettività e realismo.
In tal senso il medium fotografico è un medium che usa un linguaggio fortemente denotativo e che tra l’altro rispetto alla parola scritta ha dei grossi limiti nel rappresentare significati astratti.
Peirce fa non a caso rientrare il segno fotografico nella categoria degli indici.
Il cinema come rappresentazione della realtà.
Riprendendo le riflessioni fatte da R. Arnheim sul cinema
(R. Arnheim, “Film come arte”, Il saggiatore, 1960), Gola afferma che “la riproduzione cinematografica è
soltanto un calco parziale e manchevole della realtà e che l’immagine è
costituzionalmente irrealistica. Aggiunge e sostiene Arnheim: sono
proprio queste apparenti manchevolezze che consentendo al cinema di staccarsi
dalle cose, gli offrono delle possibilità creative (…) l’immagine
cinematografica non registra una impossibile totalità, ma del reale seleziona
alcuni aspetti, li deforma e li rappresenta secondo determinate regole
tecnico-linguistiche (…) il cinema è rappresentazione della realtà e non è mai
da confondere con la realtà rappresentata (...) il segno, l’immagine non è mai
assimilabile all’oggetto, il linguaggio audiovisivo non è mai tautologico o
passivamente speculare. Anche nei casi dei più banali documentari, il cinema media
necessariamente la realtà per la semplice esistenza di un campo ineliminabile
di scelte tecniche che si impongono in sede sia di ripresa che di montaggio,
nonché per il progetto complessivo perseguito dall’équipe realizzativi.”
Il cinema come trasformazione della realtà.
“Un film non è mai riconducibile aduna somma di immagini
sparse, ma si pone sempre come unità discorsiva, organizzazione temporale e
discorsiva di immagini audiovisive (…) La fotografia resta soprattutto un
analogon, uno pseudo reale; il film è soprattutto discorso… perciò, al fondo
della semiologia del cinema, si ritrova
ancora il montaggio (…) il cinema è trasformazione della realtà, discorso
sul mondo (…) all’aspetto della oggettività e passività riproduttiva si è
aggiunto quello della rappresentazione e trasformazione e quindi della
soggettività e manipolazione; ad un’idea iniziale di cinema come documentazione
fotografica è andata sovrapponendosi un’idea di cinema come finzione, giocata
su codici multipli ed eterogenei.”
Per proseguire questo raffronto tra la fotografia e gli
audiovisivi, notiamo che Bettetini individui nei new media un ulteriore
distacco rispetto al referente che viene considerato assente nella computer
grafica. Secondo Bettetini (G. Bettetini, “L’audiovisivo – dal cinema ai nuovi
media”, pag. 129, Bompiani, 1996) le immagini digitali sarebbero infatti frutto
del modello algoritmico della macchina e in tal senso avrebbero un distacco
totale dalla realtà che risulterebbe dunque assente. L’immagine digitale di un
albero potrebbe non avere nessun riferimento con il reale ma essere la sintesi
di un calcolo frattale che simulerebbe il reale in assenza di un referente.
(da G. Celant, “Off Media”, Dedalo
Libri, 1977)
Alcuni punti centrali:
o
L’uso
dei media implica:
§
un
nuovo linguaggio artistico
§
un
differente rapporto di interattività tra l’opera e lo spettatore
o
L’opera
come luogo e strumento di presa di coscienza individuale e sociale
o
L’opera
come atto di denuncia sociale
o
L’opera
come luogo comunitario
-
Bertold
brecht (1932)
o
La
radio come medium bidirezionale
o
La
radio da mezzo di distribuzione a mezzo di comunicazione
o
L’ascoltatore
diventa autore
o
La
radio gestita collettivamente dal basso
Bertolt Brecht, nel 1932, ipotizzando una radio gestita da
parte del proletariato, dichiarava: “si dovrebbe trasformare la radio da mezzo
di distribuzione in mezzo di comunicazione. La radio potrebbe essere per la vita
pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno
straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non
solo di trasmettere, ma anche di ricevere, non solo di isolarlo ma di metterlo
in relazione con altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo
ruolo di fornitrice e far sì che l’ascoltatore diventi fornitore... Tutte le
nostre istituzioni creatrici di ideologie ritengono che il loro compito
principale consiste nel rendere sterile la funzione dell’ideologia,
uniformandosi ad un concetto di cultura secondo cui il suo sviluppo sarebbe già
concluso ed essa non avrebbe alcun bisogno di un incessante sforzo creativo”.
(G. Celant, “Off Media”, pag. 7, Dedalo Libri, 1977)
-
I
Futuristi (Martinetti e Masnata, 1932)
o
Esaltazione
delle tecnologie
o
I
media radio e televisione si sostituiscono ai tradizionali media artistici
senza però nel fare ciò modificarne gli statuti linguistici, così come il loro
carattere funzionale
o
Superamento
dei limiti di tempo e di spazio dell’opera tradizionale (nella diretta globale)
il programma brechtiano di un controllo sui media da parte
della base non è preso in considerazione dalle organizzazioni politiche
operaie, la gestione dei media é lasciata alla borghesia, che trova in
Marinetti e Masnata, autori nel 1933 del manifesto la Radia, i suoi
teorici. In questo scritto i futuristi prolungano il loro sviscerato amore per
le tecnologie avanzate e cercano di mantenere l’equilibrio tra l’arte e la
varietà di mezzi meccanici, ma non si preoccupano di un loro uso alternativo:
la radio e la televisione al pari delle tecniche tradizionali di espressione
(suo corrispettivo per immagini); sono i nuovi mezzi di estensione
dell’individuabilità e del “genio” italico: possediamo oramai una televisione
di cinquantamila punti per ogni immagine grande su schermo grande. Aspettando
l’invenzione del teletatilismo del teleprofumo e del telesapore noi futuristi
perfezioniamo la radiofonia destinata a centuplicare il genio creatore della
razza (sic!) italiana, abolire l’antico strazio nostalgico delle lontananze ed
il porre le parole in libertà come suo logico e naturale modo di esprimersi”.
(G. Celant, “Off Media”, pag. 7-11, Dedalo Libri, 1977)
-
Gruppo
Spaziale (Fontana, Burri, Tancredi, ecc., 1952)
Manifesto per la televisione
o
Trasformazione
della dimensione spaziale attraverso la televisione
o
Trasformazione
nell’estetica dell’opera. Un nuovo rapporto opera-spettatore a causa di
differenti modalità espositive e produttive.
Si deve nel 1952 al gruppo Spaziale, formato tra gli altri
da Burri, Fontana, Tancredi, Milani, La Regina e Crippa, il primo Manifesto
per la Televisione, che afferma : “Noi spaziali trasmettiamo, per la prima
volta ne mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte basate
sui concetti dello spazio, visto sotto duplice aspetto:
il primo, quello degli spazi, una volta
considerati misteriosi ed ormai noti e sondati, e quindi da noi usati
come materia plastica;
il secondo, quello degli spazi ancora ignoti del cosmo, che vogliamo
affrontare come dati di intuizione e di mistero, dati tipici dell’arte come
divinazione.
La televisione é per noi un mezzo che attendevamo come
integrativo dei nostri concetti. Siamo lieti che dall’Italia venga trasmessa
questa nostra manifestazione spaziale,
destinata rinnovare i campi dell’arte. E’ vero che l’arte é eterna, ma fu
sempre legata alla materia, mentre noi vogliamo durare un millennio, anche
nella trasmissione di un minuto.
Le nostre espressioni artistiche moltiplicano all’infinito,
in infinite dimensioni, le linee d’orizzonte: esse ricercano una estetica per
cui il quadro non é più quadro, la scultura non é più scultura, la pagina
scritta esce dalla sua forma tipografica.
Noi spaziali ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le
conquiste della tecnica sono oramai a servizio dell’arte che noi professiamo”.
La televisione esclude il decorativo, non produce oggetti né
immagini stabili, collocabili a muro o a pavimento; essa si esprime attraverso
i propri strumenti di produzione con caratteri alternativi rispetto a quelli
tradizionali del quadro e della scultura. E’ dunque illusorio pensare di
poterla usare senza operare anche una rivoluzione del sistema linguistico
dell’arte.
(G. Celant, “Off Media”, pag. 11-15, Dedalo Libri, 1977)
-
W. Vostell (1958)
La chambre noir
o
La
televisione come luogo dell’annullamento della coscienza individuale paragonata
ai campi di sterminio nazisti
o
La
televisione è uno strumento di contagio sociale e di mediazione tra lo
spettatore e il reale. L’opera il luogo dell’emancipazione dove svelare i
meccanismi di persuasione, di sudditanza e dove recuperare un rapporto diretto
tra l’individuo e la realtà (si intravede il rifiuto del meccanismo della delega
che il cittadino affida ai media come interpreti al loro posto del reale)
La televisione serve sì a spazzare via il concetto romantico-nazionalistico di popolo, ma annulla la coscienza di spazio sociale: lo spettatore é un consumatore domestico, incosciente della sua condizione esterna, pubblico-politica. La sua coscienza sociale é sconvolta. Ad ogni telespettatore l’informazione ed il divertimento sono imposti, egli acquisisce dati e accetta passivamente tutto quanto l’emittente-base trasmette. I Giochi Olimpici di Berlino continuano ed é su questa analogia tra nazismo ed informazione televisiva che Vostell, nel 1958, realizza la Chambre noir,