La posta in gioco nella madre di tutte le reti

 

 

ON LINELa posta in gioco nella madre di tutte le retidi Benedetto Vecchida Il Manifesto del 13.02.00Quattro, cinque "assalti", quarantotto ore di confusione - ma cosa è successo? -, dichiarazioni allarmate di Bill Clinton e Internet è diventata la protagonista dei servizi di giornali e televisioni di tutto il mondo. I mass-media, in sintonia con quanto sostengono governi e imprese on-line, chiedono allarmati misure drastiche per garantirne la sicurezza, mentre in molte mailing list, invece, e per fortuna, la discussione è ancora aperta. Giustamente, il popolo della rete si inalbera quando sente parlare di "lacci e lacciuoli" e respinge la prospettiva di una regolamentazione restrittiva della comunicazione on-line. Rimane inevasa la risposta su chi, gruppo o singolo, ha lanciato gli "attacchi", mentre è rimossa la domanda sul perché sono stati colpiti di siti che, simbolicamente rappresentano l'idea stessa di commercio elettronico. Insomma, in questo affaire del blocco temporaneo di alcuni siti di Internet sono più le domande che le risposte a tenere banco. E attorno ai quesiti inevasi le parole e i ragionamenti più stravaganti corrono liberi da persona a persona, alimentandosi in un gorgo infernale di pruderie mercantile, panico, stupore, incredulità e malcelata ammirazione per chi ha compiuto le "azioni". Difficile, quindi, districarsi tra la selva di parole spese su quanto è accaduto, né si può rispondere con il buon senso a chi riduce gli attacchi a gesti criminali o terroristici: sarebbe come offrire l'altra guancia a chi ti schiaffeggia. Conviene allora rispondere colpo su colpo. A chi denuncia la fragilità di Internet, va semplicemente ricordato che la madre di tutte le reti è stata progettata e si è sviluppata secondo una strategia militare volta a minimizzare gli effetti di attacco nucleare contro gli Stati uniti, che poteva sì distruggere alcuni nodi della rete telematica, ma non annullarne le capacità comunicativa. Erano ovviamente altri tempi - anni cioè di guerra fredda - ma l'idea di una flessibilità della rete ha continuato a qualificare le linee di sviluppo di Internet anche quando l'Urss è scomparsa. In altri termini, il Web è ontologicamente fragile, ma strutturalmente flessibile, perché è stata progettato per resistere a continui attacchi. Non è un caso che durante le azioni di "disturbo" il rallentamento del "traffico" è stato percepito dagli utenti come un fatto di routine. Chi richiede il "rafforzamento" strutturale del Web pensa probabilmente alla sicurezza, ma come effetto indiretto potrà avere un potenziamento delle linee di comunicazione. Un fatto positivo per carità - Internet è diventata, come chiunque frequenti il cyberspazio sa, lenta - ma che non ha nulla a che fare cone gli assalti dei giorni scorsi. Più preoccupante è semmai la prospettiva che tutto sarà ricondotto al problema di come "ripristinare l'ordine". Ma in questi giorni l'indice è stato puntato anche contro l'altro involontario protagonista: gli hacker, cioè i pirati informatici. Su questa confusione di espressioni - hacker e pirati informatici - va fatta ovviamente chiarezza, perché il primo termine indica una particolare attitudine nel rapporto con la tecnologia, riassumibile nella formula: il computer è una scatola nera il cui contenuto e la spiegazione del suo funzionamento vanno resi pubblici e accessibili a tutti. I pirati informatici è l'espressione, invece, in voga nei mass-media per indicare incursioni in banche dati che ne segnalano la vulnerabilità per fini di lucro o per dimostrare la propria capacità tecnica. Chi scrive non è mai stato un hacker, ma ha sempre apprezzato il ruolo svelatore delle loro azioni sulla pervasività delle tecnologie digitali nella vita sociale. E tuttavia è stravagante che proprio in rete molti degli storici difensori dell'"etica hacker" prendano oggi le distanze da chi ha compiuto le azioni nei giorni scorsi, quasi a siglare la distinzione tra i buoni - quelli che hanno compiuto e compiono hacking mossi da principì e valori positivi - e i cattivi, quelli cioè che si divertono solo a creare una situazione di "panico". Una distinzione fuorviante che nega le trasformazioni che hanno attraversato e attraversano Internet. La madre di tutte le reti è già un supermercato dove si vende tutto grazie proprio al fatto che il Web è stata ed è anche un insieme di libere comunità elettive. Chi ha colpito i siti di Amazon, Zdnet, Cnn, eBuy ha semplicemente colpito i simboli del commercio elettronico. Difficile dire se chi ha compiuto l'azione fosse consapevole o meno della posta in gioco. O se lo ha fatto come mezzo sleale di concorrenza, come alcuni opinion leaders, ma anche diversi hacker affermano. E non è neanche interessante stabilirlo: le azioni ci sono state state e hanno posto all'attenzione generale proprio la trasformazione di Internet in un grande, per quanto virtuale ipermercato. Per questo sono state azioni di successo, che hanno costretto Bill Clinton a chiedere un incontro del G8 sulla "sicurezza informatica", a far uscire allo scoperto le imprese che pretendono di fare affari senza che nessuno le contrasti, nonché a spendere fiumi di inchiostro per denunciare i pericoli per lo sviluppo della New Economy derivanti dall'insicurezza della rete. Queste sono le argomentazioni più difficili da contrastare, perché nascono da un milieu ideologico sul mercato come unico regolatore della vita sociale a cui si unisce uno stile argomentativo molto politically correct. Non si chiede infatti la limitazione della comunicazione in rete, ma la sua riconduzione a un ordine del discorso compatibile con le leggi dell'economia. Inoltre, non si chiede la limitazione dell'accesso alla rete, perché questo limiterebbe lo sviluppo della new Economy, né si teorizza l'istituzione di un organismo di controllo sovranazionale, perché questo sarebbe considerato una ingerenza inaccetabile nella transazioni economiche on-line. Piuttosto si chiede che tutto diventi trasparente e che la censura intervenga qualora qualcuno - gruppo o singolo - mini una weltanschauung definita da un principio di maggioranza. Una visione del mondo che enfatizza, tra le altre cose, la pluralità delle forme di vita e il loro agire comunicativo, in quanto linfa vitale per la produzione della ricchezza, ma guai che ne contesti il modo di produzione che ne è alla base. Le azioni dei giorni scorsi hanno questa posta in gioco e non è detto che il risultato finale sia scontato. La rivolta contro il meeting del Wto a Seattle è iniziata molto tempo prima con le mail bombing contro le istituzioni e le imprese coinvolte nell'economia globale. L'"accesso negato" ai siti del commercio elettronico avrà avuto motivazioni ludiche o la vanità di chi vuol dimostrare di essere un abile "smanettatore", ma l'effetto delle sue azioni è da considerare all'interno del conflitto tra chi vuol ricondurre alla ragione economica Internet e chi contrasta questa tendenza. La partita è cominciata, basta giocarla bene attrezzati.

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